Quando Gioco

Una volta mi è capitato di portare mia figlia in ufficio per qualche oretta, così per farle vedere cosa fa mamma tutte le volte che dice che è al lavoro. 

E dunque siamo di fronte all’entrata e io mi chino, la guardo negli occhi con una espressione mista di paura e rimprovero e le dico: mi raccomando non urlare, non darmi morsi e soprattutto non farmi fare una brutta figura con i miei colleghi (che poi cosa mai vorrà dire “brutta figura” per una bambina di circa 4/5 anni, non so spiegarlo nemmeno io).  

Entriamo, la presento ad alcuni colleghi che le fanno un po’ di smancerie, la porto nel mio ufficio, si siede accanto alla mia scrivania per colorare. E inizia a utilizzare ogni evidenziatore e foglio disponibile, frugare in ogni cassetto e armadio mentre io cerco di limitare i danni togliendo tutti i documenti importanti dalla sua portata, sfuggendo a un colpo di evidenziatore mentre in silenzio con la faccia super-espressiva mimo un “non si fa!” oltre a minacciarla di non portarla più etc. Comunque, a un certo punto mi dice: “mamma non si può ridere in ufficio?”. E io “certo amore che si può ridere in ufficio…!”. 

 

si può ridere in ufficio? Quanto è utile smorzare i toni, alleggerire l’atmosfera con una battuta? o ancora quanto di quella atmosfera seria e professionale mi porto a casa la sera?

 

E così (sentendomi un mostro per l’atteggiamento di prima con mia figlia) rifletto: quanto sono seria in ufficio? si può ridere in ufficio?. Quanto è utile smorzare i toni, alleggerire l’atmosfera con una battuta? o ancora quanto di quella atmosfera seria e professionale mi porto a casa la sera?

E soprattutto quando gioco, o quando ho smesso di giocare?

Mi viene in mente quella sensazione che provavo da piccola quando giocavo, quello spazio dove stavo naturalmente bene, dove il tempo non trascorreva mai, dove sentirmi appagata e in linea con me stessa.

E dico, ma dove è finito?

Ricordo quando un giorno, io presi tutti i miei giochi e li regalai a mia sorella più piccola (che poi poveraccia dovette diventare la mia bambola cavia). E penso a quando ho incominciato a considerare il gioco una cosa da “piccoli” non adatto a chi come me voleva essere grande, matura e sul pezzo. E così sono cresciuta per davvero, diventando sempre più efficiente, perfezionista e orientata al risultato.

Finché non ho deciso di permettermi di tornare a giocare. Non per accontentare mia figlia o perché glielo avevo promesso, anche se mi annoia un sacco e sono stanca. Trovo il tempo di giocare “per me”, per divertirmi, per staccare. E la mia giornata diventa migliore, io divento una persona migliore. Più equilibrata, più leggera. E così riesco a prendere la vita con un pò di leggerezza, per sdrammatizzare quando qualcosa va storto, per ridere e alleggerire i toni anche sul lavoro quando serve.

 

E tu? Quando giochi? E soprattutto… quanto giochi?
TROVO IL TEMPO DI GIOCARE “PER ME”,

PER DIVERTIRMI, PER STACCARE.

E LA MIA GIORNATA DIVENTA MIGLIORE,

IO DIVENTO UNA PERSONA MIGLIORE.

PIÙ EQUILIBRATA, PIÙ LEGGERA.

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